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Festa di Santa Rosalia

 

sarullo_santa_rosaliaLa prima domenica del mese di giugno si festeggia Santa Rosalia. La festa in suo onore viene effettuata dal 1624, dalla scoperta della grotta che ospitò la giovanissima eremita “Rosalia Sinibaldi”, fuggita dalla vita mondana per dedicarsi a Dio, per ben dodici lunghi anni (1150 – 1162). Il programma alterna in 5 giorni, momenti di grande intensità religiosa (il busto con le reliquie viene portato in processione per il paese) a momenti di svago con tradizionali giochi in piazza, gruppi folkloristici e cantanti. Il martedì, una processione di fedeli accompagna l’argenteo busto della santuzza dalla Chiesa Madre fino all’Eremo, attraverso un suggestivo percorso tra campagne ed il secolare bosco della Quisquina. Il simulacro è portato a spalla dai devoti provenienti da varie località della Sicilia preceduti da un centinaio di cavalieri che, con i loro migliori cavalli dalle ricche bardature, danno vita alla tradizionale cavalcata. All’arrivo al Santuario, dopo la Messa, è tradizione consumare un ricco pranzo a base di carne di agnello arrostita nel bosco circostante. Nel tardo pomeriggio, un lungo corteo di fedeli in macchina scorta il ritorno della santuzza sino all’entrata del paese, dove si ricompone la processione guidata dai cavalieri, per condurre l’argenteo busto sino alla Chiesa Madre.

 

 

La nobile stirpe
Rosalia era nata nella prima metà del XII secolo in un regio palazzo di Palermo da una nobile famiglia. Suo padre, il duca Sinibaldi, era un vassallo dei re normanni: Ruggero Il lo aveva nominato signore della Serra Quisquina e del Monte delle Rose, un feudo che si estendeva tra la provincia di Palermo e quella di Agrigento. La madre, che qualche storico identifica in una nobile di nome Maria Viscardi, era imparentata con la famiglia reale normanna e la tradizione che voleva fame discendere la stirpe da Carlo Magno parve così probabile anche a papa Urbano VIII che nel 1630 ne autorizzò la pubblicazione nel Martirologio Romano. Il nome che i genitori scelsero di imporle alla nascita è una contrazione del latino «Rosa Lilia» ovvero rosa e gigli, fiori che simboleggiano rispettivamente la regalità e la purezza e che, per straordinaria fatalità, anticiparono due delle qualità che contraddistinsero nella vita la vergine palermitana. La nobile giovanetta trascorse i primi anni nella splendida reggia paterna, sui cui ruderi in seguito la devozione popolare volle edificare una cappella. Dalla nobile famiglia ottenne una buona educazione e una solida formazione cristiana. Ben presto per le sue doti di cortesia e di regalità, oltre che per la sua straordinaria bellezza, fu scelta come damigella d’onore della regina Margherita, figlia del re di Navarra e moglie di Guglièlmo I detto il Malo, che dal padre Ruggero Il aveva ereditato il trono di re di Sicilia. Cosicché alla corte reale, nella splendida cornice del Palazzo dei Normanni, nella quale oggi ha sede l’Assemblea regionale siciliana, la giovane Rosalia divenne spettatrice di eleganti e sontuosi eventi mondani.

La vocazione
I genitori avevano previsto per lei un nobile matrimonio, come si conveniva alle giovani del suo rango e Rosalia, per rispetto verso la decisione della famiglia, inizialmente non vi si oppose. Ma secondo la tradizione popolare una visione straordinaria la indusse improvvisamente a rinunciare al matrimonio e al lusso della vita di corte. Il giorno in cui avrebbe dovuto incontrare l’uomo che era stato prescelto per le nozze, il nobile e coraggioso Baldovino, un cavaliere che si era distinto per aver salvato dalle fauci di un leone re Ruggero Il, Rosalia guardandosi allo specchio, invece della propria immagine, vide riflessa quella di Gesù Crocifisso con il volto rigato di sangue per la corona di spine conficcata nella fronte. La giovanetta non ebbe dubbi: interpretò quella visione come la chiamata che Cristo le rivolgeva e, rivelando ai parenti e alla corte che il suo unico desiderio era quello di andare sposa solo a Cristo, lasciò il palazzo reale per abbracciare la vita consacrata.

Il chiostro
Sulla presenza di Rosalia in monastero gli storici locali sono divisi: alcuni sostengono che avrebbe scelto direttamente la via dell’eremitaggio, altri che preparò quel duro passo con alcuni anni di vita in convento. Tra coloro che propendono per la tesi conventuale, inoltre, vi è chi la descrive monaca dell’ordine benedettino, chi professa di quello basiliano, e chi non pone la questione in termini di alternativa e compendia entrambe le ipotesi. E così, secondo una parte della tradizione, appoggiata dallo storico Tornamira e accolta da papa Urbano VIII, Rosalia avrebbe scelto a guida della sua anima l’ordine benedettino. Su consiglio di san Guglielmo da Vercelli, fondatore del santuario di Montevergine, che in quei tempi era a Palermo, si sarebbe ritirata in convento a Bivona e a Santo Stefano di Quisquina dove si trovavano monasteri di eremiti benedettini, e solo in un secondo tempo avrebbe ottenuto il consenso dall’arcivescovo di Palermo, Ugone, di passare alla vita eremitica. Questa tradizione spiegherebbe il fatto che in quei circoli monastici fiorì una fervida devozione alla santa anche immediatamente dopo la sua morte. Secondo altri autori, tra cui il gesuita Giustiniani e lo storico Stilting, Rosalia sarebbe stata una monaca fedele alla regola greca di san Basilio Magno. I sostenitori di questa tesi identificano nel monastero basiliano, un tempo annesso alla chiesa nor­manna della Martorana a Palermo, e in quello greco del Santissimo Salvatore, i luoghi in cui Rosalia avrebbe trascorso un periodo di prova, e nel cenobio di Santa Maria la Grotta a Melia il luogo della sua fo­mazione. Il monastero di Melia, che in epoche più recenti è andato distrutto, era un istituto eremitico che sorgeva tra le caverne che avevano ospitato i cristiani all’epoca delle persecuzioni e che in quegli anni erano usate dalle monache basiliane per trascorrervi periodi di isolamento. La spiri­tualità mistica greca, basata sulla ricerca della solitudine e della pace contemplativa, insieme a questo luogo di raccoglimento, sarebbero state all’origine della decisione maturata da Rosalia di ritirarsi definitivamente a vita ascetica. Altri storici, ritenendo le due tesi ugualmente verosimili perché tanto il monachesimo occidentale benedettino che quello greco basiliano potevano tornare graditi alla Santa per la loro rigidezza, non escludo­no una terza ipotesi: Rosalia avrebbe frequentato, in maniera alternativa e saltuaria, i conventi dei due ordini, scegliendo sin da principio di vivere in solitudine. In effetti, se è vero che i santi monaci siciliani del X secolo come sant’Elia, san Vitale e san Cristoforo hanno vissuto quasi tutti una propria esperienza eremitica, è altrettanto vero che, soprattutto nei primi secoli della Chiesa, non erano rari gli esempi di santi che si trasferivano in solitudine contemplativa pur non essendo mai stati monaci, come fece san Paolo.

La lettera in greco
Due reliquie, descritte dagli storici ma non più ritrovate, dovevano segnare il passaggio della santa pellegrina dal monastero greco del Santissimo Salvatore a Palermo e accreditare così la tesi che fosse stata professa dell’ordine basiliano. Secondo la testimonianza raccolta dal biografo Mongi­tore, una lettera scritta in greco e un frammento di legno contenuti in una piccola teca furono trovati da un muratore durante i lavori di ampliamento all’interno del monastero. Si sarebbe trattato di una reliquia della Santa Croce che Rosalia avrebbe ereditato dai suoi antenati reduci dalle guer­re di Gerusalemme e che avrebbe deposto sull’altare del patriarca san Basilio prima di lasciare il convento e di una lettera scritta di suo pugno in lingua greca a corredo di quell’offerta. Il monastero è andato distrutto quasi in­teramente, ma una lapide di marmo nero posta all’interno dell’oratorio del Santissimo Salvatore una splendida costruzione a pianta ellittica edificata tra il 1681 e il 1699 a poca distanza dal luogo in cui nel XII secolo sorgeva il monastero riproduce il testo smarrito sia nella versione greca che nella sua traduzione latina. Qui Rosalia, definendosi suora, dichiara la propria devozione verso l’ordine basiliano con le parole: «Io, suor Rosalia Sinibaldi, lascio questo legno del mio Signore in questo monastero al quale sono sempre legata».

L’eremitaggio
Così come aveva lasciato gli ori e i damaschi della vita di corte per coltivare con più perfezione la pietà e la vita contemplativa, Rosalia decise di abbandonare anche quelle umili comodità che poteva offrire il chiostro e di intraprendere la vita anacoretica per trascorrere ogni ora delle sue giornate nella più assoluta solitudine e nella preghiera. Il suo desiderio era quello di non possedere altro che il cielo come tetto e la terra come letto. Sapeva che quella scelta l’avrebbe condannata alla morte civile, l’avrebbe costretta a vivere tra asprezze e austerità nel crepaccio di una roccia, tra squallide ombre e senza altra compagnia che la voce muta della natura. Ma Rosalia non aspirava ad altro perché voleva rendersi sempre più degna del suo sposo Crocifisso. Era certa che la solitudine sarebbe stata la custodia esterna della sua purezza e che, con una particolare assistenza dello Spirito Santo, la sua anima nel deserto si sarebbe affratellata con gli angeli. E così, alla morte di Ruggero Il, chiese ed ottenne di poter vivere in eremitaggio nella Sierra Quisquina, feudo del padre.

La Serra Quisquina
Una notte buia, per evitare che anche la più fioca luce svelasse a qualcuno la sua presenza rendendo vano il suo progetto di vita nascosta, con il solo chiarore delle stelle a guida dei suoi passi, la vergine palermitana si diresse verso un monte sulla Serra Quisquina. Non volle portare con sé altre cose se non gli oggetti più cari: una piccola croce d’argento e una corona per il Rosario, di cui sono stati ritrovati alcuni grani, accanto alle reliquie del suo corpo, ora custoditi nella cappella del Tesoro della cat­tedrale di Palermo. Si rifugiò in una piccola caverna aperta nella roccia sul fianco nord della Serra Quisquina, una catena montuosa nelle Madonie che separa la provincia di Palermo da quella di Agrigento. Era un luogo buio e umido, incuneato tra due poggi: il monte Cammarata ad est e il monte delle Rose ad ovest, un angolo di terra così nascosto tra i boschi che i saraceni lo avevano chiamato Quisquina, dall’arabo «Coschin» che significa «oscuro». L’anfratto scelto per ritirarsi in preghiera e castità era poco più di un cunicolo, al quale si poteva accedere solo se inchinati. All’interno la caverna era piccola e buia e for­mava alcune cellette anguste collegate tra loro da stretti corridoi. In quella grotta remota, protetta da una fitta vegetazione e nascosta nel cavo della roccia, nessuno poteva accorgersi della sua presenza. Così Rosalia poté trascorrere in assoluta solitudine dodici lunghi anni di esilio volontario, dedicandosi esclusivamente alla preghiera e all’ascetismo.

L’iscrizione latina
La precisione con cui si determinano la durata e il luogo esatto dell’eremitaggio è dovuta al ritrovamento di un’epigrafe scritta in latino, da sempre considerata una testimonianza autografa della santa. La frase che la vergine volle imprimere sulla roccia nei pressi della grotta in cui visse, come segno riconoscibile del suo passaggio, tradotta in italiano, recita così: «Io Rosalia figlia di Sinibaldi, signore della Quisquina e delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo decisi di abitare in questa spelonca». A corredàre l’incisione, nell’angolo basso di sinistra, compare anche la cifra « 12 » che è stata letta e interpretata da sempre come il numero degli anni che la santa trascorse nella grotta. Il ritrovamento dell’epigrafe, incisa profondamente su una superficie di roccia ben levigata, con lettere alte due dita disposte su nove linee irregolari, per straordinaria coincidenza è avvenuto il 25 agosto 1624, 40 giorni dopo l’invenzione del suo corpo in una caverna sul Monte Pellegrino e dopo cinque secoli dalla sua morte. Gli artefici del ritrovamento, confermato dall’anziano sacerdote Giovanni Labarbera, sono stati due muratori palermitani che stavano lavorando alla costruzione del convento dei domenicani a Santo Stefano di Quisquina. Si tratta di un reperto di grande interesse che conferma quale sia stata l’unica ragione che spinse Rosalia a vivere in solitudine: con poche e semplici parole, infatti, la santa pellegrina ha voluto assicurare che a farle abbandonare la ricchezza paterna non era stata la paura, né il rimorso, ma il grande amore che nutriva per Cristo Signore.

Il Monte Pellegrino
La vera ragione che indusse Rosalia a lasciare la Sierra Quisquina per isolarsi in un’altra grotta sul Monte Pellegrino, a circa tre chilometri da Palermo, è in realtà sconosciuta. Alcuni autori sostengono che in seguito a una violenta ribellione dei conti e dei baroni contro i Normanni, nella quale rimase ucciso anche il duca Sinibaldi, tutti i beni della famiglia furono confiscati e con essi anche la Serra Quisquina. Secondo la tradizione Rosalia, ricercata dagli inviati che si aggiravano tra le rupi quisquinesi, si nascose nel tronco vuoto di una quercia e si salvò. In quello stesso luogo, successivamente, fu eretta una chiesetta a perpetuare il ricordo di quell’evento miracoloso. Rosalia, non sentendosi al sicuro in una terra che non era più di proprietà della famiglia, avrebbe deciso di allontanarsi e di ritirarsi sul Monte Pellegrino, in quel tempo una terra demaniale, che la giovane ottenne «in dote» dalla regina Margherita. Da sempre fortezza inespugnabile e baluardo incrollabile contro Romani e Saraceni, il Monte Pellegrino, montagna calcarea di 606 metri a picco sul golfo di Palermo, al tempo dei Greci era chiamato «Ercta», ossia «impervio». E infatti i suoi fianchi scoscesi erano difficilissimi da scalare e addirittura il lato mare era inaccessibile, mentre la vetta era sempre sferzata da umidi venti di tramontana: un luogo inospitale che Rosalia scelse considerandolo adatto ad un duro esilio.

Le rinunce e le tentazioni nella grotta
Dopo aver scalato il Monte Pellegrino attraverso un sentiero impervio che dal bosco della Favorita portava alla vetta, Rosalia designò come povera dimora una caverna rude, inospitale e circondata da un paesaggio selvaggio. Qui le sue giornate trascorrevano nel rigore assoluto, nella rinuncia ad ogni cosa, nella penitenza e nella continua adorazione di Cristo. Il suo corpo era sfinito perché la santa romita non aveva alcun pensiero o senso che non fosse crocifisso. Ma sapeva che quella era la sua strada per la santità. La tradizione popolare nei secoli ha arricchito con fantasia e colorito con leggende questo soggiorno solitario. Il demonio l’avrebbe tentata più volte, presentandosi a lei sotto varie vesti, ora come giovane aitante, ora come messaggero della famiglia in pena, ma sempre invano perché Rosalia sapeva opporsi con energia a qualsiasi ten­tazione, lusinga o seduzione. In quella grotta la santa visse gli ultimi an­ni della sua vita, nessuno sa esattamente quanti, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 4 settembre del 1160, quando aveva circa 35 anni.

La morte e la sepoltura
Non appena comprese che era arrivata la sua ultima ora, Rosalia docilmente si preparò a quella partenza, passaggio neces­sario alla nuova e migliore vita. Adagiatasi sul suolo della grotta nascosta, fece del­la sua mano destra l’ultimo guanciale e strinse al petto con la sinistra il piccolo crocifisso. La posizione del corpo, nella quale furono ritrovate le reliquie cinque secoli dopo, è quella di una dormiente e non di chi lotta contro la morte e perciò testimonia che la santa spirò senza malattia, come la Madonna, indebolita solo dalla profusione di energie spese nell’amore in Cristo. La morte arrivò senza il conforto di alcuna persona che, se fosse stata presente, avrebbe composto la salma, com’è da sempre in uso, con le mani congiunte al petto e l’avrebbe trasferita al più vicino cimitero invece di seppellirla sottoterra in una spelonca umida. Invece, in coerenza con una vita isolata e nascosta, Rosalia morì senza assistenza e senza pianto, trasformando la sua dimora in sepolcro. Ma ad una santa il Cielo non può negare gli estremi onori della sepoltura: secondo la tradizione una schiera di angeli scese sulla terra per seppellire il suo corpo che, in effetti miracolosamente venne poi ritrovato pietrificato, quindici piedi sotto terra, in un guscio chiuso di roccia come se fosse stato sepolto da qualcuno in un urna offerta dalla natura.

Le prime ricerche
La santità di Rosalia era nota da sempre ai suoi concittadini e, una volta trascorso il tempo di una vita mortale, cominciarono, assieme alla devozione spontanea, anche le ricerche del corpo. Si scavava in più punti del Monte Pellegrino, che ormai era considerato da tutti sacro. Il desiderio di trovare le spoglie della santa per poterle venerare spingeva molti uomini a sostenere fatiche anche dure, ma ogni impresa era sempre vana: il monte non sembrava nascondere che sassi e terra. L’ardore nel cuore dei palermitani era così forte che una giovane si spinse fino ad indossare gli abiti dei frati eremiti e, presentandosi col nome di Angelo per avere più facile accesso al monte, cominciò estenuanti ricerche. Accadde però che, nel punto in cui fu rimossa la terra, una strana sostanza oleosa cominciò a trasudare e un terremoto improvviso scosse il monte fin dalle profondità. La donna interpretò questi eventi come un segno celeste e, credendo che la santa del Pellegrino non desiderasse il proseguimento delle ricerche, abbandonò l’impresa. Tuttavia si continuò a scavare per secoli, a ondate cicliche, fino a quando nel 1589 Be­nedetto il Moro, frate di un convento di eremiti francescani che era stato edificato nel 1550 sul monte sacro, ebbe una visione rivelatrice nella quale la santa diede una chiara indicazione: «Per quanto mi cercate non mi potrete trovare fin tanto che la mia città di Palermo non dovrà soffrire per un grande disastro».

Le testimonianze di culto
Il nome di Santa Rosalia fu invocato già molto prima del ritrovamento del suo cor­o e il suo culto in Sicilia era molto antico e ben attestato fin dal secolo XII: già nel 1196 si registra la prima testimonianza in un documento dell’imperatrice Costanza. Chiese e altari furono eretti in suo onore in vari punti della regione: dalla cappella costruita in tempi remoti sul Monte Pel­legrino alle numerose edicole e chiese edificate a Palermo e in altre province, da Scicli nel Ragusano a Racalmuto nell’Agri­gentino. Mentre le immagini della santa romita, sempre raffigurata con una corona di rose che le cinge il capo, furono ripro­dotte in varie cattedrali dell’isola. Tra le tele più antiche si conserva ancora quella della chiesa di Santo Stefano Quisquina, datata 1464. Ma la più importante testi­monianza dell’immediata diffusione del culto di santa Rosalia fu l’icona sacra che già nel 1170 le fu dedicata nella chiesa bi­zantina della Martorana a Palermo, edificata nel 1143 da Giorgio d’Antiochia, am­miraglio di Ruggero ll.

Le apparizioni e i miracoli
Molti devoti le si rivolgevano con preghiere e suppliche per chiedere intercessioni, cosicché le apparizioni e i miracoli non tardarono ad arrivare. Santa Rosalia apparve per la prima volta nel 1348, circa due secoli dopo la sua morte, a una fanciulla che stava lavando i panni su un fiume nei pressi di Bivona, città che in quei mesi era stata colpita dalla peste. Dopo essersi presentata alla fanciulla che non la riconobbe, offrì di liberare la città dall’epidemia, chiedendo che le si dedicasse una cappella. Inizialmente la giovane non fu creduta, ma quando una seconda apparizione a un nobile della città confermò la volontà della santa, la chiesetta fu costruita e la città fu liberata dalla peste. Un altro miracolo, legato ancora alla li­berazione dalla peste, si verificò a Palermo nel 1474. Il Senato della città, di fronte ad una epidemia che non accennava a placarsi, decise di far restaurare la chiesetta del Monte Pellegrino che ormai era in rovina, e la peste cessò. Nel 1575 apparve a Pasquale Barbera, a Santo Stefano Quisquina, un borgo a tre chilometri dalla grotta nella quale la santa aveva trascorso il primo periodo di eremi­taggio, e gli predisse che avrebbe avuto una figlia. Lo esortò a chiamarla Rosalia, poiché ciò avrebbe liberato la città dalla peste, e la città fu salva. La santa taumaturgica, invocata con fede, guarì anche una ragazza diciassettenne di nome Domenica, che era muta dalla nascita. La giovane trascorse in preghiera alcune ore nella zona della Quisquina dove si pen­sava fosse vissuta la santa eremita e miracolosamente riacquistò la parola.

La promessa del ritrovamento
Nell’ottobre del 1623 santa Rosalia comparve nei panni di una misteriosa fanciulla in abiti monacali bianchi ad una donna, Geronima Lo Gatto di 47 anni, originaria di Ciminna, che era in punto di morte in ospedale. Credendo si trattasse di una infer­miera mossa da pietà e da compassione, la donna chiese alla sconosciuta che le inumidisse con un sorso d’acqua le labbra arse, ma non appena la misteriosa monaca le si avvicinò, la sete prodigiosamente scomparve. Così l’inferma poté riconoscere nella monaca santa Rosalia che, poco prima di sparire, le fece una rivelazione: «Abbando­na ogni paura perché fra non molto sarai salva, purché scioglierai un voto sul Monte Pellegrino». Due giorni dopo la donna miracolosamente si trovò guarita. Passarono alcuni mesi quando, il 26 mag­gio 1624, Geronima Lo Gatto, che non aveva dimenticato l’incontro miracoloso, si recò in pellegrinaggio sul monte sacro in compagnia di altre due donne. Qui ebbe la seconda apparizione e un altro messaggio: «Sei venuta per sciogliere il voto promesso, ora vai in pace. Presto ti mostrerò il luogo esatto dove giace il mio corpo: ti esorto a cominciare presto le ricerche e ad informare il vescovo e la città che il momento è arrivato». Geronima parlò subito a suo marito Be­nedetto della seconda apparizione; così, senza indugi, l’uomo organizzò una piccola spe­dizione assieme ad alcuni amici, alle loro mogli e a quattro monaci eremiti, per avviare sul monte le ricerche del sacro corpo.

La peste del 1624
Intanto a Palermo era scoppiata la più grave epidemia di peste mai verificatasi. A quell’epoca si disse che ad importarla fosse stata l’avidità dei potenti: questi il 7 giugno del 1624, contro il parere del Senato cittadino, avevano dato il permesso di attracco in porto ad un vascello, proveniente dallo scalo di Trapani ma partito da Tunisi, sul quale si sospettava ci fossero infetti e morti di peste, ma che era pieno di ricchi doni per il principe Emanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia durante il regno di Filippo IV. La peste, il peggiore dei mali dell’epoca, non conosceva ricchezza e povertà: il contagio si diffondeva velocemente portando morte e desolazione ovunque. Fu vietato di uscire per strada, le case degli infetti furono chiuse da barre e sorvegliate da soldati per evitare che i malati potessero uscire. Furono impedite le importazioni di merci, in varie piazze gli abiti degli appestati vennero dati alle fiamme per distruggere ogni possibile focolaio di infezione. Ma dietro i bei palazzi barocchi che riempivano di lusso le vie principali, nella rete di tuguri senz’aria, si espandeva l’epidemia. Così i lazzaretti costruiti fuori dalla città non erano più sufficienti a contenere gli infetti, mentre i carri dei monatti trascinavano i corpi di centinaia di morti fino alle fosse comuni. Lo stesso principe Filiberto di Savoia, il Senato della città e l’arcivescovo cardinale Giannettino Doria fecero ogni cosa per scongiurarne la diffusione: dalla distribuzione dei rimedi allora disponibili, alle leggi durissime, agli editti, per tentare di contenere l’onda del contagio. Quando ogni provvedimento si rivelò inutile, si intensificarono le pratiche religiose: preghiere, veglie, penitenze si succedevano con crescente fervore. La popolazione era stremata e decimata, barricata in casa e demoralizzata per l’evidente insufficienza dei pochi mezzi disponibili a contrastare il male. Fu all’apice della disperazione che il cardinale Doria invitò tutti a fare una processione di supplica al Monte Pellegrino. Du­rante il percorso i sacerdoti, cantando la litania, invocarono le sante protettrici della città: Cristina, Ninfa, Agata e Oliva, e per comune divina ispirazione aggiunsero anche Rosalia, che fino a quel momento non era mai stata invocata nelle ufficiature. Il popolo, il clero, l’arcivescovo e il Senato della città risposero con fede in coro: «Ora pro nobis».

Il rinvenimento del corpo
Santa Rosalia aveva predetto che si sarebbe ritrovato il suo corpo solo durante un gravissimo disastro e quella terribile ondata di peste sembrava indicare che il momento tanto atteso era ormai giunto. Fu in quel periodo che si intensificarono gli scavi sul monte. Dall’apparizione a Geronima Lo Gatto passarono 50 giorni, alla fine dei quali, dopo un’intensa e ostinata attività nel luogo indicato dalla stessa Santa, con stupore e commozione il corpo fu ritrovato: era il 15 luglio del 1624. I devoti  quattro monaci e nove laici tra uomini e donne che lo trovarono rompendo con una mazza di ferro un blocco di pietra che impediva un ulteriore proseguimento dello scavo, ebbero una straordinaria visione: il corpo della vergine non era sepolto in una normale fossa, ma pietrificato e inglobato in una roccia senza aperture, intatta da ogni parte e sigillata come un guscio chiuso. L’arcivescovo, informato del rinvenimento, non indugiò un solo istante e la sera stessa inviò suoi fiduciari sulla vetta del monte con il compito di prelevare i reperti. La delicata operazione si svolse in due tappe: la prima sera fu staccata dalla roccia la testa, la seconda il corpo che, per miracolo, durante il trasporto a valle con tutta la massa rocciosa nella quale era inglobato, si fe­ce così leggero che bastò un solo uomo a sollevarlo. Tutti dissero che era la chiara indicazione che santa Rosalia non voleva più restare nascosta sul monte. Sebbene per prudenza si volesse mantenere una certa riservatezza, le voci si diffusero velocemente e in pochissimo tempo il Monte Pellegrino fu invaso di fedeli che avrebbero desiderato fortemente partecipare al momento tanto atteso dell’invenzione del corpo. Ma quando i palermitani si accorsero che le reliquie erano già state prelevate dalla delegazione vescovile, staccarono frammenti di roccia per la venerazione personale e si impadronirono di piccole quantità di terra considerate taumaturgiche, prendendole dalla spelonca che aveva accolto la santa in vita e ne aveva custodito i resti dopo la morte.

La proclamazione
Un evento straordinario accompagnò il rinvenimento delle reliquie: la peste, che affliggeva la città con violente ondate di morte, cessò e tutti attribuirono alla santa ritrovata questo miracolo. Parallelamente si andarono diffondendo notizie e testimonianze sulle proprietà terapeutiche delle reliquie e dell’acqua nella quale si immergevano frammenti di roccia prelevati dalla grotta sacra. Il 27 luglio del 1624, dodici giorni dopo il ritrovamento delle reliquie, il maggiore rappresentante del Senato cittadino, don Vincenzo Del Bosco duca di Misilmeri, a nome di tutto il popolo propose la proclamazione di santa Rosalia come patrona principale della città di Palermo, promise la costru­zione di una ricca cappella e, quando sarebbero state ultimate le procedure del riconoscimento delle spoglie, la costruzione di un’urna d’argento per le reliquie. Il 4 settembre, giorno in cui si ricordava la sua morte e il suo passaggio in Cielo, fu organizzata una processione in onore della santa che aveva salvato Palermo. Una lun­ga processione, senza le reliquie che non avevano ancora ricevuto l’approvazione ufficiale, ma con una statua della Santa inginocchiata davanti a Dio nell’atto di chiedere la protezione sulla sua città, si snodò per le vie di Palermo. E così, dopo mesi di quarantena, la popolazione uscì per le strade, invase le piazze esultando di gioia per il ritrovamento e per la miracolosa liberazione dalla peste.

L’apparizione al cacciatore
Sin dal giorno del rinvenimento delle re­liquie, il cardinale Doria aveva costituito una commissione di periti e di medici con il compito di esaminare le ossa e comprovarne l’autenticità. Ma i primi esami non risultarono positivi: i periti sostenevano di non avere elementi sufficientemente probanti e i medici addirittura non riconosce­vano nelle ossa uno scheletro umano. Intanto in quello stesso periodo si registrò la recrudescenza della peste e molti pensarono che fosse per l’incredulità di qualche scettico. Il riconoscimento ufficiale si ebbe solo il 22 febbraio 1625, quando una nuova commissione mista di teologi e di medici si pronunciò per l’autenticità delle reliquie. La sentenza fu convalidata dalla santa stessa che apparve a Vincenzo Bonello, un saponaio palermitano ricordato dalla tradizione come «il Cacciatore», che solo in punto di morte fornì la confessione rivelatrice. Si dice infatti che la notte del 18 febbraio del 1625, don Pietro Lo Monaco, cappellano della cattedrale, chiamato d’urgenza al capezzale di Bonello per impartirgli l’estrema unzione, abbia raccolto lo straordinario racconto dell’apparizione. Bonello confessò che, addolorato e depresso per la recente perdita della giovane moglie morta di peste, o secondo alcuni in fuga per aver nascosto ai monatti il corpo della consorte, durante il temporale di qualche giorno prima, contravvenendo alla disposizione ufficiale che impediva ai contagiati di uscire di casa, era salito sul Pellegrino col suo cane, con la scusa di andare a caccia, ma con la reale in­tenzione di lanciarsi da una rupe. Improvvisamente però gli era apparsa una donna che si era presentata come santa Rosalia e aveva fermato il suo gesto disperato. La santa, guidandolo nella sua grotta e lamen­tandosi del mancato riconoscimento di autenticità delle sue ossa, lo aveva esortato ad avvertire l’arcivescovo che le reliquie ritrovate erano realmente le sue. Poi aveva predetto all’uomo che sarebbe presto morto di peste e aveva aggiunto: «Il giorno in cui le mie ossa saranno portate trionfalmente in processione per la città la peste finirà».

La festa del 1625
Già il 3 settembre 1624, in concomitanza con la data che ricordava la morte della santa, con un bando l’arcivescovo aveva dichiarato l’avvenuta liberazione della città dal morbo e attribuito ufficialmente il miracolo all’intercessione della novella patro­na. Ma fu il 6 giugno dell’anno seguente che si diede inizio a una straordinaria festa in suo onore. Secondo le minuziose descri­zioni del cronista del tempo, Onofrio Paruta, il 7 giugno, un sabato durante il quale tutti furono invitati ad osservare un rigoroso digiuno, le reliquie furono trasferite dal cofano di velluto cremisino, dove erano sta­te poste nei mesi precedenti, in una cassa d’argento e cristallo, ancora oggi custodita in cattedrale, e furono portate in trionfo dal palazzo arcivescovile alla cattedrale. Fu questo l’atto di nascita del Festino. La festa organizzata quell’anno fu grandiosa e solenne e per renderla indimenticabile le autorità diedero fondo alle ricchezze residue dalla lotta contro la peste. Lo sfarzo profuso non ebbe mai più uguali: le pareti dei palazzi che si affacciavano lungo le strada toccate dal passaggio dell’urna erano interamente ricoperte da drappi di velluto, damasco, broccati e sete ricamate di perle, in un gioco di alternanze con tele dipinte che raffiguravano scene della vita della santa, mentre alle finestre dei palazzi più ricchi erano esposti lucidi argenti che riflettevano le fiamme dei ceri per l’illuminazione. In cattedrale ogni cappella era rivestita con drappeggi ricamati in oro e argento, ogni paratura scendeva dal tetto e da ciascun arco pendeva una lampada d’argento. Il Senato e la nobiltà non badarono a spese e alle maestranze impiegate per l’allestimento delle decorazioni e degli impianti scenografici, che si dipanavano lungo tutto percorso della processione, non fu risparmiata fatica: furono realizzati tanti archi trionfali quante erano le corporazioni, allestiti altari e splendide fontane dalle quali zampillarono non solo acqua, ma anche vino, olio e latte; persino le barche a mare furono arricchite con drappi colorati. Gli addobbi nella città non vennero rimossi per un’intera settimana nella quale si svolsero una cavalcata dei nobili e, il 12 luglio, il primo spettacolo pirotecnico per santa Rosalia. In un lungo corteo processionale sfilarono le rappresentanze di ogni ordine religioso, le confraternite e le associazioni laicali, ognuna con le reliquie dei propri santi e le allegorie delle virtù seguite da suonatori di tamburo, mazzieri e araldi. La partecipazione dei devoti fu intensa e la santa volle suggellare questo riconoscimento con la scomparsa definitiva della peste, il 15 luglio 1625, un anno esatto dopo il rinvenimento del suo corpo.